TINTURA CON L’INDACO o TINTURA NEL TINO

Questo nome deriva dai tini di legno che venivano usati anticamente per effettuare la tintura con questo tipo di colorante. Appartenevano a questo gruppo importanti coloranti naturali di origine vegetale ed animale quali l’indaco e la porpora reale.
I coloranti al tino sono insolubili in acqua. A seguito di un processo di riduzione in ambiente alcalino (ad esempio utilizzando idrosolfito di sodio o altri energici riducenti) essi si trasformano nel loro “leuco derivato” che è solubile e capace di fissarsi alle fibre.
Le molecole dei coloranti al tino contengono, in generale, gruppi chinonici o carbonilici ( C=O) i quali durante il processo di riduzione sono trasformati in gruppi enolici ( C – OH) e quindi nei corrispondenti sali sodici ( C – ONa), solubili in acqua.
I coloranti al tino e le corrispondenti operazioni di tintura sono così descritti nel riferimento [ “Essay: dyes and dyeing” (Supplement to Experiment 8); online edition for students of Organic Chemistry Lab Courses at University of Colorado, Boulder, Dept. of Chem. and Biochem. (2002) ]:
«Vat dyes can be used for all fibers, both natural and synthetic. Most vat dyes are soluble (and colorless) in water in their reduced form, but become insoluble and colored when oxidized. They are introduced to the fabric in their soluble form and then oxidized or “developed” to precipitate them both on the inside and outside of the fabric fibers. The vat dye indigo (a quinonoid dye) is used to dye blue jeans. It is very insoluble in all solvents, and thus is fast. However, since it is not covalently bound to the fabric and only adheres to the surface of the fiber (di natura cellulosica: cotone; n.d.A.), it is
subject to removal by abrasion. This explains why the knees and other parts of blue jeans subject to wear will gradually turn white. It also accounts for the appearance of the currently popular “stone-washed” jeans».

Nel caso della tintura della lana, di norma, venivano impiegati coloranti al tino che non richiedevano un bagno troppo alcalino.
Zvi C. Koren, nel suo già citato lavoro così descrive una antica procedura basata sull’utilizzo di una delle più importanti materie coloranti al tino, l’indigotina:
«The indigotin dyeing process is performed over a period of time by fermenting the leaves in water containing an alkaline substance, Fermentation is brought about by the micro-organism present in the leaves of the indigotin-producing plant, and also in the urine which is usually added to the vat. Fermentation in a basic medium reduces the precursor to indigotin (leucoindaco; n.d.A.), which also dissolves in the basic solution. The alkaline substances used in antiquity were one or more of the following: decomposed or stale urine-producing alkaline ammonia, vegetable ashes, or lime water. Once dissolved in the dye bath, this reduced form of the dye was able to impregnate the fibers. To attain the final blue or purple insoluble dye form (“pigment”), the wet fiber was allowed to become oxidized in the air» [3].
I processi attuali di tintura della lana con coloranti al tino prevedono le seguenti operazioni:
i) aggiunta dell’idrosolfito e dell’ammoniaca nel tino, contenente un volume di acqua sufficiente alla tintura;
ii) la temperatura del bagno viene portata a 50°C, trascorsi 15 minuti si aggiungono la colla e l’indaco e quindi si mescola
per favorire la riduzione a leucoderivato (il tino è pronto per la tintura quando la soluzione diventando limpida acquista un
colore giallo-verdino, qualora la colorazione tendesse al blu significa che la quantità di idrosolfito aggiunta è bassa);
iii) nel tino pronto viene immersa la lana in pezza;
iv) la pezza di lana dopo circa 30-60 minuti, viene estratta dal bagno e quindi, dopo averla spremuta accuratamente si espone all’aria affinché avvenga la reazione di ossidazione per effetto dell’ossigeno atmosferico.
Il processo di tintura a mano della lana in pezza, era ampiamente impiegato, nel diciottesimo secolo, negli stabilimenti “Gobelin”, vicino Parigi, famosi per la manifattura di arazzi.

Tratto da http://www.eziomartuscelli.net

Personalmente ho provato la tintura con idrosolfito ma preferisco quella più naturale con calce idrata e fruttosio. Questa, per l’appunto è quella che illustrerò al corso di tintura naturale. Ecco il “fiore” che emerge dal tino e indica l’inizio della reazione:

indaco

mohair indaco

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